Strabiche news:Il Cinema Ritrovato XXXII Edizione (2018)

È sempre un’emozione e una goduria trovarsi in Piazza Maggiore di fronte allo Schermo più bello d’Europa.

Anche quest’anno il festival de Il Cinema Ritrovato organizzato dalla Cineteca di Bologna propone un’offera ricchissima e gustosa, un menù da leccarsi i baffi.

Ieri sera è stato proiettato il film messicano Enamorada di Emilio Fernández (1946),restaurato dalla Film Foundation,un film che non avevo mai visto prima.

La proiezione è stata preceduta da un momento musicale,naturalmente di musica messicana, e il film introdotto da Olivia Harrison,vedova di George Harrison,innamorato del cinema horror e western,da Margaret Bodde della Film Foundation e dal mitico Maestro Martin Scorsese in persona!!

Ecco un brevissimo estratto della presentazione del film:

Annunci

Strabiche news: READING BLOOM al Cinema Beltrade con l’evento “Cassavetes/Beckett: incontro sul restauro con Ross Lipman”

“FILM” / “NOTFILM”? Questo non è un dilemma.

Mi spiego meglio, la casa di ditribuzione cinematografica READING BLOOM ha organizzato, in collaborazione con Film Tv Lab ed il Cinema Beltrade di Milano, un super evento da leccarsi i baffi: “Cassavetes/Beckett: incontro sul restauro con Ross Lipman”.

L’evento si svolgerà mercoledì 9 maggio dalle ore 20:00 alle ore 23:00 presso il Beltrade e consisterà in una lezione introduttiva tenuta dal filmmaker e restauratore Ross Lipman in persona sulla conservazione ed il restauro cinematografico.

Non solo, saranno anche proiettati “FILM” (1965) di Samuel Beckett e Alan Schneider – restaurato da Lipman e distribuito da READING BLOOM – e “NOTFILM” (2015), cine-saggio dello stesso Lipman che ripercorre la vicenda produttiva ​di “FILM”.

E Cassavetes?? Non posso mica svelarvi tutto!! Per ricevere maggiori informazioni e dettagli sull’evento andate qui (pagina facebook di riferimento).

Se volete approfondire il lavoro di READING BLOOM, tuffatevi nella pagina ufficiale della coraggiosa casa di distribuzione torinese, mentre per conoscere meglio Mr. Ross Lipman, cliccate qui (sito ufficiale).

Angela Ricci Lucchi, grazie per “la scossa elettrica”

Ieri ho appreso la triste notizia della dipartita della grande artista e filmmaker italiana Angela Ricci Lucchi. L’artista, insieme al compagno Yervant Gianikian, ci ha regalato immagini preziose e bellissime.

Oggi, mentre ascoltavo “Knocking on the heaven’s door” di Bob Dylan, ho pensato subito a lei, a quando la conobbi a Venezia durante una Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, all’emozione provata nel stringerle la mano, a quando la ascoltai durante un evento a Milano, al suo affascinante cinema fatto di profumi, archivi e memorie in continuo dialogo col presente.

Qualche mese fa ho perso la presentazione dell’ultimo libro dedicato al cinema della coppia italiana del found footage. Pensavo di avere un’altra occasione per ascoltare i racconti coinvolgenti dell’artista e dei suoi viaggi a caccia di oggetti, immagini e memorie. Che errore dare per scontato il tempo.

Il titolo di questo breve ma sentito post, riporta la citazione di un’ intervista fatta ai due artisti, nella quale Gianikian spiega da cosa dipenda la durata e la dimensione temporale delle immagini nei loro film:

“È un processo che è sempre variabile. È un processo che ha un punto di partenza che è quello dell’osservazione manuale, e però è dato dalla natura dell’immagine, da quella scossa elettrica che l’immagine ci provoca. La durata è in relazione a questo.” (1)

Quella scossa elettrica la provai la prima volta che vidi un film della coppia. Quella scossa mi spinse a dedicare la tesi di laurea al lavoro dei due artisti italiani. Riporto qui sotto le conclusioni della mia tesi di laurea, un piccolo e umile omaggio all’artista scomparsa:

“CONCLUSIONI

La scoperta del found footage film e soprattutto il lavoro dei due cineasti italiani Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, hanno risposto allo scopo della ricerca intrapresa  sull’uso delle immagini d’archivio documentarie. Grazie alle informazioni raccolte e ai film visionati, si è entrati in contatto con un mondo cinematografico affascinante, abitato da cineasti-artigiani che amano il cinema e la sua materia prima, la pellicola cinematografica.

Le immagini dei film della Trilogia della Guerra colpiscono particolarmente per la loro bellezza visiva e la forza espressiva che emanano. Sono film non facili da guardare, non solo per la loro struttura complessa e il loro ritmo lento, difficile per uno spettatore del terzo millennio, ma per ciò che mostrano, il dolore e la sofferenza di uomini, donne e bambini. I cineasti provano pietà per questi anonimi e propongono le loro sofferenze perché vogliono ricordare al pubblico che esse non sono passate, ma persistono tutt’oggi.

I volti dei protagonisti dei loro film non lasciano indifferenti.

Gli sguardi dei bambini del film “Oh!Uomo” sono difficili da dimenticare.

Se qualcosa colpisce, si indaga, si entra dentro l’argomento come fanno i due filmmaker con il fotogramma.

Questo approfondimento nasce da una “scossa elettrica”.” (2)

 

Ciao e grazie.

 

(citazione 1: Dottorini, Daniele, (a cura di), “Archivi che salvano. Conversazione (a partire da un frammento) con Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi”, Fata Morgana , n. 2, maggio-agosto 2007, p. 14; citazione 2: mia tesi di laurea “Found Footage Film: la Trilogia della guerra di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi”, 2009.)

SCARRED Movie: Dawson City – Il tempo tra i ghiacci (2016)

“Found footage editing + Bill Morrison = magic visions.” (cit. simply me…. 🙂 ….I love Bill Morrison work!!)

Dawson City – Il tempo tra i ghiacci, 120′, Bill Morrison (2016).

Chi ama la corrente cinematografica del found footage film conosce il lavoro dell’artista americano Bill Morrison.

Il film del titolo di questo post è stato presentato nel 2016 in prima mondiale al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti e distribuito da poco in Italia.

Le immagini che compongono il documentario provengono da pellicole in nitrato risalenti agli Dieci/Venti di cui nessuno conosceva l’esistenza prima del 1978, quando furono ritrovate per puro caso, dissotterrate e salvate dalla terra e dal ghiaccio durante alcuni scavi effettuati in un cantiere della cittadina canadese Dawson City. Una volta ritrovate, le 533 pellicole andarono a costituire una collezione che oggi è conservata dalla Library of Congress e dai Canadian Archives di Ottawa.

Per scoprire i nomi delle sale cinematografiche d’Italia che proiettano il film, visitare il sito de  Il Cinema Ritrovato, mentre a voi cari milanesi comunico che il film sarà proiettato la sera del 20 marzo al Cinema Mexico alla presenza di sciur Bill Morrison in persona!! Sono già là!!!

 

 

Strabiche visioni: Mostra “Lumière! L’invenzione del cinematografo” (Bologna)

“C’è stato un tempo in cui il cinema sbucava dagli alberi, sorgeva dal mare, in cui l’uomo con la magica macchina da presa si fermava sulle piazze, entrava nei caffè, in cui tutti gli schermi spalancavano una finestra sull’infinito. Era il tempo di Louis Lumière.” (1)

 

Mostra Lumière (Bologna)

 

Toccata e fuga nella mia amatissima Bologna per vedere, oltre ad una cara amica, la mostra “Lumière! L’invenzione del cinematografo” in corso a Bologna presso il Sottopasso Piazza Re Enzo.

Consiglio di visitarla e avviso che chiuderà alla fine del mese di gennaio.

Si possono ammirare i risultati del genio dei fratelli Lumière e conoscere un pò meglio la loro famiglia.

Alcuni dei pezzi esposti provengono dal fantastico Museo del Cinema di Torino (lanterne magiche), altri dalla Cinémathèque Royale de Belgique.

I pezzi forte della mostra sono il proiettore usato per la prima proiezione a Parigi, la pazzesca macchina Photorama, gli incredibili e splendidi Autochromes (le prime fotografie a colori) e due sale mozzafiato con schermi e immagini (vedi foto sotto).

Dal punto di vista espositivo, la mostra non è perfetta. Alcuni pezzi esposti sono inseriti in teche trasparenti attaccate al muro, quindi impossibili da ammirare a 360° ed alcuni cartelli esplicativi sono molto scomodi da leggere, non solo per la calligrafia piccolissima, ma anche per la loro posizione davvero infelice.

Inoltre, essendo ospitata da un sottopasso raggiungibile da scale, mi chiedo come possano visitarla le persone disabili, ma magari il mio spirito di osservazione da “abile” non ha fatto attenzione alla presenza di ascensori o di qualche altro sistema per il superamento delle barriere architettoniche.

(Le foto che vedete le ho fatte con impostazione manuale….abbiate pietà :-))

 

Mitici Lumière!

 

 

 

 

 

 

 

 

Photorama

 

 

 

 

 

Arriva un treno...

 

 

 

 

 

 

Photorama

 

 

 

 

 

 

(Citazione 1: di Henri Langlois, dalla mostra “Lumière! L’invenzione del cinematografo” )

R.I.P. Movie: Alice Guy-Blaché

“From 1896 to 1906 Alice Guy was probably the only woman film director in the world.” (1)

 

Il sito Women Film Pioneers Project presenta con questa frase il profilo di Alice Guy-Blaché.

Si dice che sia stata la prima donna regista, produttrice e sceneggiatrice della storia del cinema. Come non esserne affascinati? Alice Guy è rimasta per molti anni nel dimenticatoio, come tante altre figure femminili della storia della cultura mondiale.

Alice Guy ha lavorato per molti anni alla celebre casa di produzione francese Gaumont dove svolse i ruoli di segretaria, seneggiatrice e direttrice di produzione.

Nel 1910 si trasferì negli Stati Uniti con il marito Herbert Blaché, un cameraman inglese, e fondò con lui una casa di produzione  – “Solax” – di cui fu comproprietaria.

Nella sua vita cinematografica girò centinaia di film di vario genere, dai film gialli ai film western, prediligendo tra tutti i generi quello della commedia, col quale poteva affrontare con leggerezza tematiche sociali importanti e di attualità come l’immigrazione e tematiche legate ai ruoli della donna e dell’uomo.

Ebbene si, girò film western e film d’azione con personaggi femminili nel ruolo di eroine, interpretati per lo più da un’attrice di nome Vinnie Burns che fece molti film con Alice Guy.

Col passare del tempo il mercato cinematografico statunitense divenne sempre più difficile da affrontare per una piccola casa di produzione.

I costi della produzione diventarono sempre più proibitivi e Alice Guy si vide costretta a realizzare film su commissione e a perdere una parte di quella libertà espressiva che la portò a scrivere sceneggiature e a realizzare film dove parlava di eguaglianza dei ruoli dei coniugi nel matrimonio (film: A House Divided, 1913; Matrimony’s Speed Limit, 1913) oppure dove rovesciava i ruoli e i clichè legati ai due sessi (film: Les Résultats du feminisme, 1906, poi rifatto nel 1912 con il titolo In the Year 2000). Quest’ultimo è uno dei tanti film perduti girati dalla regista pioniera.

Per fortuna ne rimangono alcuni che possono testimoniare il lavoro di questa donna così speciale e dimenticata per troppo tempo.

 

(foto trovata sul web)

(Alice-Guy. Immagine trovata sul web)

 

(Fonti e curiosità:

citazione 1: dal sito Women Film Pioneers Project ; sul sito della Cineteca di Bologna si può acquistare l’autobiografia di Alice Guy-Blaché, curata da Monica Dall’Asta;  sul sito del Office national du film du Canada si può vedere il documentario di Marquise Lepage sulla vita e le opere di Alice Guy-Blaché; oltre al documentario di Lapage, ne è stato realizzato un altro dal titolo Be Natural, di Pamela Green and Jarik van Sluijs e link all’ intervista dei due filmmaker che hanno realizzato il documentario; Le donne del cinema: dive, registe, spettatrici di Veronica Pravadelli; sito di Alison McMahan dedicato alla regista )

R.I.P. Movies: Cecil M. Hepworth’ treasure

“Smoothness in a film…should always be preserved ” (1)

C’erano una volta un produttore poliedrico, una casa di produzione cinematografica e metri d’argento. Il produttore si chiamava Cecil Milton Hepworth, figlio di un noto lanternista che lo ha iniziato alla passione per le immagini in movimento. Cecil M. Hepworth è considerato un pioniere del cinema britannico, scrisse il primo libro inglese di argomento cinematografico, Animated Photography: The ABC of the Cinematograph (1895), ed è considerato l’inventore del Vivaphone, un sistema di sincronizzazione del suono che si serviva di un fonografo per accompagnare le immagini proiettate. Nel 1899 fondò con il cugino Monty Wicks una casa di produzione cinematografica a conduzione famigliare, la Hepworth Manufacturing Company, che rimase attiva fino al 1924 e il cui logo, “Hepwix”, la rese riconoscibile in tutto il Regno Unito, anche se la casa di produzione cambiò nome più volte nel corso degli anni.
Hepworth, oltre a produrre e a distribuire i film, collaborava alla loro scrittura e regia, ne curava particolarmente l’aspetto fotografico e recitava coinvolgendo anche la moglie e il cane di famiglia Blair, il collie (vi ricorda qualcuno??) protagonista di uno dei maggiori successi di Hepworth Rescued by Rover (1905), film che fece di Blair il cane più famoso del Regno Unito. La casa di produzione produsse migliaia di film di vario genere (il catalogo ne contava almeno 2000), con una media di tre a settimana, tutti caratterizzati dalla semplicità del racconto e dalla cura della fotografia. Purtroppo la storia che vi sto raccontando non ha un lieto fine. Hepworth fu un inventore e un produttore geniale, ma non seppe adattarsi ai cambiamenti del linguaggio cinematografico e già alla fine degli anni Dieci i suoi film risultavano vecchio stile e teatrali e non venivano più apprezzati dal pubblico come un tempo. Nel 1924 la compagnia andò in fallimento, Hepworth dichiarò bancarotta e vendette il suo catalogo di 2000 film.  Non solo. Per recuperare più soldi possibile, fuse moltissimi dei suoi negativi originali in nitrato d’argento per recuperarne l’argento, distruggendo l’80% della sua produzione cinematografica e una grossa fetta della produzione cinematografica inglese dei primi trent’anni del ‘900.

Per fortuna, alcuni dei suoi film sono sopravvissuti al drammatico bisogno di denaro del loro Cappellaio Matto, ehm, volevo dire del loro ideatore e molti sono stati recuperati da copie ritrovate. Un esempio ne è il film Alice in Wonderland (1903), recentemente salvato dal BFI National Archive che ha restaurato 8 minuti rimasti dei 12 minuti della durata originale.

(Praticamente le cineteche hanno in mano una miniera d’oro!!Anzi, d’argento!!)

Alice in Wonderland, 1903, diretto da Cecil M. Hepworth e Percy Stow

(Fonti: citazione (1) “Came the dawn: memories of a film pioneer” di Cecil Milton Hepworth, 1951, Phoenix House, autobiografia del produttore che si può leggere in inglese sul sito Internet Archive; Biographical sketch 5.1)

R.I.P. Movie: Johann the Coffin Maker (1928)

 

“The rules didn’t have to be followed – was it necessary to spend a lot of money to express an idea? – why should a sequence always be shot in the same order?” (1)

 

Johann the Coffin Maker , 35mm, 2 reel e 1/2, b/w, silent, Robert Florey.

Allucinazioni. Distorsioni. Lampi di luce. Non sono sotto effetto LSD (purtroppo). Ora mi spiego.

1928, un anno molto interessante per il cinema d’avanguardia americano. Infatti l’uscita nelle sale del film tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari ebbe un effetto dirompente e una forte influenza su molti registi americani indipendenti e d’avanguardia che si misero a produrre film a basso costo, riproponendo e sperimentando lo stile espressionista, come fecero ad esempio Charles Klein che realizzò The Tell-Tale Heart (1928) e Paul Fejos che girò un film drammatico espressionista dal titolo The Last Moment (1928). All’epoca, per ottenere i risultati visivi allucinati e destabillizzanti tipici dello stile espressionista, gli ambienti e le scenografie dei film erano realizzati con modellini in miniatura fatti con carta, scatole di sigari, giocattoli per bambini e con l’aiuto di trucchi, effetti speciali, sovrapposizioni, giochi di luci e di ombre e gli effetti ottici creati dagli specchi che completavano l’ opera. Il primo artista ad aver introdotto lo stile espressionista a Hollywood è stato Robert Florey con il cortometraggio The Life and Death of 9413 – A Hollywood Extra del 1928. Florey era un giovanissimo aiuto regista venuto dalla Francia che collaborò alla produzione di alcuni film di Josef von Sternberg e King Vidor, è stato il regista del primo film dei Fratelli Marx Noci di cocco e sarebbe dovuto essere lo sceneggiatore e regista del primo Frankenstein, del quale realizzò e scrisse i test reel footage prima di essere spostato ad altra mansione dalla casa di produzione Universal. Florey accostava il suo lavoro per il cinema hollywoodiano classico ad un cinema più personale e sperimentale che lo soddisfava maggiormente. Il suo terzo film, Johann the Coffin Maker, uno dei suoi film meno noti e girato quando aveva soli 23 anni, consisteva in un  un cortometraggio di genere horror che fu commissionato dal cinema-teatro Film Art Guild di New York e che costò solo 200$, un budget molto basso anche per quegli anni. Il cortometraggio venne girato senza sceneggiatura, le riprese durarono due giorni e mezzo, il tempo di un weekend. A differenza dei suoi film precedenti e dei film prodotti in quel periodo, Florey volle evitare di ricreare uno stile completamente e puramente espressionista già visto in altri film, cercando di utilizzare uno stile naturalistico, usando location reali. Gli interni vennero girati nella bottega di un “realizzatore di bare”, il coffin maker del titolo, in una “stanza per il lutto” e in un cimitero. Gli attori furono circondati da specchi per creare giochi di forme, luci e distorsioni,  mentre gli esterni furono girati per le strade di Hollywood, dove Florey sperimentò nuove tecniche di ripresa trasfigurando completamente il paesaggio. L’importanza dei film di Florey viene spiegata da Lewis Jacobs in un saggio sul cinema sperimentale americano:

“Despite their shortcomings and their fiagrant mirroring of German expressionism, these first experimental attempts were significant. Their low cost, their high inventive potential, their independence of studio crafts and staff, vividly brought home the fact that the medium was within anyone’s reach. One did not have to spend a fortune or be a European or Hollywood “genius” to explore the artistic possibilities of movie making.” (2)

Nel 1930 il regista fece un viaggio in Europa e affidò i negativi originali e tutte le copie di alcuni suoi film, tra cui Johann the Coffin Maker, alla società di distribuzione di Symon Gould, il fondatore del Film Art Guild di New York e maggiore distributore di cinema d’avanguardia che distribuiva film sia ai piccoli cinema che alle sale commerciali, la quale a quanto pare non fece il suo dovere perché i negativi sparirono e andarono ad allungare la lista dei film perduti.

Sul web alcuni siti associano la foto al film Johann the coffin maker, ma non si hanno certezze che si tratti di un’immagine del film del 1928.

(Fonti: citazione (1) “Robert Florey, letter to Don Shay, 12 August 1972, Florey Collection” in Unseen cinema: Early American Avant-garde Film 1893-1941, di Bruce Charles Posner;  citazione (2) Experimental Cinema in America. Part One: 1921-1941, UC Press;  Lovers of Cinema: The First American Film Avant-garde,1919-1945, di Jan Christopher Horak; The Most Typical Avant-Garde: History and Geography of Minor Cinemas in Los Angeles di David E. James; Grand Design: Hollywood as a Modern Business Enterprise 1930-1939, di Tino Balio)

R.I.P. Movie: Il Re, le Torri, gli Alfieri (1917)

 

Il Re, le Torri, gli Alfieri Ivo Illuminati 1917

 

Il Re, le Torri, gli Alfieri, 2206 m, b/w, Ivo Illuminati, 1917

AAA cercasi fonti attendibili su questo film. E’ da tempo che sono a caccia di informazioni sul film girato da Ivo Illuminati nel 1917 e non riesco a trovare nulla di approfondito o che superi le tre righe di spiegazione. Il re, le torri, gli alfieri è finito nel triste limbo buio dei film muti scomparsi e mai ritrovati. L’opera di Illuminati venne prodotta dalla casa di produzione romana Medusa Produzione e l’operatore che assistette il regista durante le riprese fu Carlo Montuori, un cineoperatore tra i più attivi nella storia del cinema, considerato un pioniere del cinema, uno dei migliori direttori della fotografia del suo tempo, che introdusse l’uso del cerone per eliminare l’effetto cadaverico delle luci sui volti di molti attori dell’epoca. Da quello che ho letto finora, la pellicola deve essere stata un concentrato di fantasia e creatività. Il soggetto era tratto da un romanzo di Lucio D’Ambra, artista poliedrico, giornalista, scrittore, drammaturgo e regista che godette di grande fama negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per D’Ambra il cinema e la letteratura erano attività artistiche fondate su una perfetta ed armonica fusione tra fantasia e realtà, dove avevano importanza il ritmo, la scenografia, i valori luministici, cromatici e figurativi. D’Ambra racconta che inventò la coreografia e la scenografia del film, ebbe l’idea di far muovere gli attori su una scacchiera come se fossero pezzi del gioco degli scacchi, giocando con i bianchi e i neri dei costumi e del pavimento-scacchiera. Questi giochi di bianchi e di neri e la scacchiera mi fanno pensare agli effetti grafici delle scenografie create lo stesso anno da Prampolini per il celebre film futurista di Bragaglia Thaïs. Forse D’Ambra e Illuminati rimasero colpiti dall’originalità delle scenografie di Prampolini e trovarono lo stile grafico-futurista del film perfetto per adattare l’opera di D’ambra al grande schermo. Sono solo amare ipotesi, visto che il film di Illuminati non è più disponibile. Forse è proprio l’aspetto scenografico che spinge molti ad affermare che il film facesse parte della povera cinematografia futurista, ma quali sono le fonti accreditate che lo confermano? Non le ho ancora trovate, quindi sono ben accette soffiate, notizie, consigli, caffè…. TO BE CONTINUED….spero…

 

Il Re, le Torri, gli Alfieri Ivo Illuminati 1917

 

(Fonti: Tra le quinte del cinematografo: cinema, cultura e società in Italia 1900-1937 di Massimo Cardillo; Roberta Fidanzia Il “Romanzo di Abbazia” di Lucio D’Ambra∗. Momenti e figure di un intellettuale italiano del primo Novecento; I cineoperatori. La storia della cinematografia italiana dal 1895 al 1940 raccontata dagli autori della fotografia, volume 1°, AIC)